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CILENTO - VALLO DI DIANO -  ALBURNI

Nell’interno un dedalo di rilievi montuosi, di complessa formazione geologica, digradanti dall’Alburno verso il mare e culminanti nel monte Stella, nel Bulgheria, nel Gelbison, tra i quali si insinuano con tracciato tortuoso numerosi corsi d’acqua: l’Alento, il Lambro, il Mingardo, il Bussento. Un paesaggio accidentato, a tratti coperto di boschi, costellato da insediamenti che sorgono sui vertici collinari, lontano dalle brumose vallate, talvolta aggrappati a qualche scoglio calcareo che emerge dal magma incoerente del sottofondo cretaceo:

erti come dita rivolte al cielo, quasi a maledire una sorte ingrata che ne decretò la lunga vita e l’esistenza grama. Qui la storia ha segnato con tratti indelebili il destino del territorio.

Toccato lungo la costa marina dalla civiltà greco-romana che vi fondò le colonie di Poseidonia (Paestum), Elea (Velia), Palinuro e Molpa

(le città gemelle che ebbero in comune la moneta), Pixus (Buxentum), il territorio interno restò a lungo deserto, eccezion fatta per la penetrazione lungo

la valle del Mingardo (IV° secolo a.C.) cui sembra si debbano i resti di una necropoli e di varie fortificazioni di recente esplorati a Roccagloriosa.

Nel mondo antico economia e cultura ebbero i fuochi maggiori in Paestum ed Elea, sede della celebre scuola filosofica.

Ma fuochi di breve durata.

Alla caduta dell’impero d’occidente il Cilento fu conteso fra bizantini, che ne presidiavano a tratti la costa, e goti e longobardi, che vi penetravano dall’interno.

Testimoniano ancor oggi questa situazione, protrattasi per alcuni secoli, toponimi greco-bizantini sulla costa (Acropolis, la odierna Agropoli) e toponimi barbarici all’interno (Sala, espressione germanica per significare la residenza padronale o l’edificio per la raccolta delle derrate nella curtis, che troviamo non solo nel

Vallo di Diano ma anche nel comune di Salento, un tempo detto Sala de’ Gioi; Gualdo o Galdo,

dal tedesco Wald, in origine bosco, poi terra del fisco, quindi terreno in comune della comunità longobarda; infine, il nome Bulgheria, che ricorda lo stanziamento di bulgari introdottisi in Italia con le correnti barbariche). Un terzo elemento etnico si insinuava più tardi in alcuni punti strategici della costa sottratti al controllo bizantino: l’elemento musulmano che si affermò nel Mediterraneo occidentale con la conquista araba della Sicilia, che lasciò nel Cilento la traccia di un nome, quello del monte Gelbison (in arabo: il monte).

Scomparso il periodo dei barbari e dei musulmani, una prima massiccia ondata colonizzatrice ebbe luogo nel Cilento interno ad opera dei monaci dell’abbazia della Trinità della Cava a medioevo inoltrato.

Centro di irradiazione ne fu il castello dell’abate (Castellabate):

di là si spinsero i benedettini a coltivare terre, portandovi, oltre che fondazioni conventuali (Celle), anche contadini, famiglie, bestiame e strumenti agrari.

Più tardi furono i baroni del vicereame - in particolare i Sanseverino cui era infeudato quasi tutto il territorio cilentano - a farsi diffusori di insediamenti agricoli - terre e casali - dove i contadini venivano attratti con la allettante prospettiva dell’esenzione fiscale:

tutti coloro che si recavano ad abitare in un nuovo insediamento, non ancora compreso negli elenchi fiscali, non avrebbero pagato la tassa del focàtico (tassa di famiglia) almeno fino alla nuova numerazione dei fuochi (censimento).

La costruzione abusiva di interi insediamenti, senza licenza regia, divenne pratica così diffusa da essere presto denunziata dal fisco come

“espressa contravvenzione agli ordini di S. M. e Costituzione del Regno, e notabilissimo danno alla Regia Corte nell’esazione dei Fiscali e all’Università convicine, le quali restano spopolate de’ loro cittadini, che vanno ad abitarvi con la speranza della esenzione fino alla numerazione nuova, dopo la quale passano ad abitare in altri luoghi ”.

A questo singolare fenomeno si credette di poter porre riparo con le Prammatiche del

13 maggio e del 19 agosto 1652 e del 27 giugno 1653, con le quali, non potendosi proibire ai cittadini il trasferimento della propria dimora

“essendo, così per disposizione di legge comune come di Regno, libero a ciascuno di andare ad abitare dove vuole ”

s’imponeva loro di pagare una tassa al comune

di provenienza anche se avessero trasferito la residenza in un insediamento nuovo e non autorizzato.

Ciò in sostanza equivaleva alla legalizzazione dello abuso con una sanatoria in denaro, che ricadeva soltanto sui cittadini, mentre nessuna pena veniva imposta ai baroni che dal trasferimento ricavavano l’effettivo beneficio della colonizzazione dei feudi.

Una storia, dunque, fatta anche di abusi legalizzati, che nonché spiegare la caratteristica e a volte inutile costellazione di centri abitati, produsse nei secoli, esplosioni di rabbia repressa contribuendo a formare il tipico connotato umano dell’abitante del Cilento: chiuso e schivo, a volte diffidente, a volte ribelle e indomito, “brigante” oppure “eroe” come Costabile Carducci, come il canonico De Luca,

a seconda che il punto di vista sia borbonico o liberale. Conformazione del territorio, formazione degli insediamenti, vicenda storico-politica tuttavia non esauriscono i tratti comuni e significativi di quest’area: nel Cilento sussiste un imponente patrimonio ambientale e culturale, frutto di una secolare sedimentazione, la cui capacità auto-conservativa

è seriamente compromessa dalla pressione dei mass-media.

Patrimonio che è stato interpretato spesso, con malinteso orgoglio, come effetto di

una cultura“subalterna ”;

ragione per cui il rifiutarla assume oggi, per qualcuno, il significato di un riscatto sociale.

Invece è vero esattamente il contrario:

preferire la lingua al dialetto, la saracinesca al portone, l’avvolgibile alla persiana e la cucina componibile al

focolare denota soltanto asservimento alla così detta “civiltà dei consumi ” che tutto è fuor che civile, mentre il settore in cui si manifesta ancora diffusamente

la cultura contadina nel suo ruolo “storico” di cultura subalterna rispetto alla cultura un tempo egemònica, è ancora in buona parte inesplorato e per questo ingiustamente dimenticato o incompreso.

Persistenze linguistiche o gestuali possono forse sorprendere ma certamente testimoniano un legame umano profondo tra queste popolazioni.

Ad esempio, dal punto di vista linguistico il Cilento è una delle poche aree dell’Italia meridionale - insieme con la penisola salentina, l’altopiano silano e la fascia ionica della Basilicata - in cui sopravvive la fosca in luogo della b latina; esso rappresenta inoltre la zona limite settentrionale alla diffusione di termini di, origine greca (come naca per culla, da nake, vello di pecora con cui in tempi remoti si faceva la culla pensile; oppure cuccuvaia per civetta, da koukkoubagia) ed al sussistere di resti linguistici latini (crai, per domani, da cras; coscia per gamba, da coxa).

Sul piano del gesto, ancora un altro esempio:

nel Cilento si trova l’abitudine greca di signifi care

la negazione alzando il capo anziché ruotandolo, come accade altrove.

E poi elementi diversi della cultura materiale, quali l’aratro, la conocchia, i recipienti per cuocere

le vivande, si presentano con connotazioni non soltanto genericamente arcaiche ma altresì riconducibili ad una notevole omogeneità di soluzioni formali e tecnologiche e di disposizioni spaziali:

la casa, il mobilio ed i loro elementi costruttivi,

le pavimentazioni stradali, le fontane; per non parlare

poi dell’abbigliamento, dei monili e del cerimoniale del battesimo, delle nozze e del funerale, insomma dei riti e dei simboli e della loro continuità dal mondo pagano a quello cristiano (il melograno che l’immagine della Madonna di Capaccio reca nella destra è lo stesso che si trova nella mano delle statuette votive di Hera Argiva al santuario greco di foce sele...).

Solo il coacervo di tutto questo può conferire individualità ad un territorio, farlo diventare un’unità organica e quindi consentirne una qualifi ca di comprensorio che abbia un qualche fondamento nella realtà storica, paesistica, umana e, conseguentemente urbanistica:

perché in defi nitiva, linguaggio, cultura materiale e costume sono componenti della personalità collettiva di una popolazione e tendono periodicamente a riemergere, reagendo alla prevaricazione delle culture allogene:

la stessa cultura “dei giovani ” sembra riproporre oggi forme gestuali e rituali che altro non sono che il ricordo

- magari inconscio - è la rievocazione di un patrimonio arcaico e tradizionale in cui trovano rifugio quando sono delusi dal mondo “degli adulti ”.

Che cosa è dunque un comprensorio e perché il Cilento ne incama un esempio, è presto detto: area geografi camente defi nita, dotata di chiare connotazioni economiche ma soprattutto culturalmente omogenea pur nell’articolazione dialettica di un territorio interno e di una fascia costiera, che si può correttamente risolvere con l’attribuzione di ruoli “complementari alle due sub-aree, il Cilento vive da secoli la propria ben individuabile, unità ecologica, nel reciproco adattarsi degli uomini e dell’ambiente”.

Ma unità ecologica non significa necessariamente unità amministrativa e quindi annullamento del

frazionamento contro il quale il Galanti si scagliava nella polemica, ai suoi tempi valida, per l’affermazione

del potere centrale contro gli abusi di una anacronistica feudalità.

Dal punto di vista gestionale, il comprensorio urbanistico ci sembra vada oggi articolato su di una base

consortile che non mortifi chi in alcun modo le autonomie locali spettanti ai comuni, che neppure

la legge urbanistica del 1942 aveva osato negare; né vale invocare gli aspetti deteriori di certo campanilismo per proporre una sorta di super-comune proprio nel momento in cui anche le grandi città tendono, in virtù di recenti atti legislativi, a scomporsi in unità minori per conseguire una vita democratica più ricca e per raccogliere in modo più diretto le istanze della base, senza degenerare nell’assemblearismo - rito catartico dei nostri tempi - bensì attraverso un’accorta, periodica verifi ca dei poteri che, alle diverse scale del comune, della comunità montana e del consorzio di comunità, potrà consentire di esercitare forme progredite di autogestione.

Fondamento del “comprensorio” sarà allora Associazionismo (nel Cilento ricadono sei comunità

montane, che ne coprono l’intero territorio, dai monti alla costa: Alburni, Calore, Alento, Gelbison

Mingardo, Bussento); per stimolare il quale nulla varrà meglio che la scoperta e la valorizzazione delle comuni radici culturali (in senso, ben s’intende, antropologico)

risorsa umana per eccellenza e base per il rilancio di una politica economica nei settori dell’agricoltura, della casa, del turismo

 

 

 

 

 

 

 

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